ORDINE EQUESTRE del SANTO SEPOLCRO di GERUSALEMME
Luogotenenza per l'Italia Centrale


attività della Delegazione Locale di Roma San Marco

18 ottobre 2025

Basilica dei Santi Cosma e Damiano ai Fori

Sabato 18 ottobre 2025 si è svolto, nell’antica Basilica dei Santi Cosma e Damiano ai Fori, l’ultimo incontro del 2025 della Delegazione Locale Roma San Marco.

L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore di Delegazione Monsignor Cavaliere Pietro Bongiovanni, ha visto la gradita presenza di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Grand’Ufficiale Edoardo Aldo Cerrato (Vescovo emerito di Ivrea), del prossimo Luogotenente per l’Italia Centrale, oggi Cancelliere, Cavaliere di Gran Croce Stefano Petrillo, di un numeroso numero di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno voluto condividere alcune ore rafforzando il clima di serena amicizia e fratellanza.
 
Dopo il ringraziamento ai partecipanti da parte del Delegato la Dottoressa Susanna Falabella ha dato inizio, con la consueta raffinata proprietà di linguaggio e le sue preziose competenze, all’illustrazione della Basilica dei Santi Cosma e Damiano che si rivela sorprendente a chiunque vi acceda dall’unico ingresso attualmente praticabile, in uso dal 1947 quando fu aperto, su progetto di Gaetano Rapisardi, su una neonata via dei Fori Imperiali.

Quel varco introduce a un chiostro annesso a un complesso conventuale (poiché dal 1512 la custodia dell’edificio è affidata ai Francescani del Terzo Ordine Regolare che qui hanno la sede della Curia Generale) su un lato del quale si incontra la porta laterale della chiesa.

Ancora fino alla fine del XIX secolo, invece, l’entrata avveniva attraverso un magnifico portone di bronzo, dalla via Sacra del Foro Romano.
L’edificio, infatti, venne ricavato in epoca tardo antica dall’unione di due strutture preesistenti: un’aula del Tempio o Foro della Pace, voluto da Vespasiano tra 71 e 75 d.C. (sala con probabile funzione di biblioteca e archivio dell’ufficio della Prefettura, e sulla cui parete esterna era affissa la Forma Urbis); e un’antistante rotonda, di 16 metri di diametro, con copertura a cupola, già erroneamente denominata Tempio di Romolo ma oggi più correttamente ritenuta ricostruzione dell’antico santuario di Giove Statore, edificata per volontà di Massenzio nel 309 d.C. ca. nel Foro Romano, con ingresso rivolto, appunto, sulla via Sacra.

I due ambienti furono concessi in segno di amicizia da Teodorico e dalla figlia Amalasunta al Papa Felice IV (526-530), alla cui elezione avevano concorso. 
 
La cristianizzazione che ne seguì – la prima nel cuore politico e religioso della Roma pagana – con dedica ai Santi medici Cosma e Damiano, martirizzati a Egea di Cilicia nel 303, comportò limitate ma significative modifiche, atte a qualificarne la nuova destinazione e a calibrarne opportunamente le fonti di luce affinché, procedendo dalla penombra del monumentale vestibolo circolare, il fedele venisse rapito dalla rivelazione parusiaca del nuovo mosaico absidale.

 Alla fine del VI secolo, per desiderio di papa Gregorio Magno (590-604), le reliquie dei Santi medici venivano traslate nell’altare maggiore; alla fine del VII secolo, fu il Papa Sergio I (687-701) a far realizzare sull’arcata trionfale una decorazione musiva in cui, sul rifulgente fondo oro, prendeva forma la visione simbolica del regno dei Beati, come descritta nel testo dell’Apocalisse; una manifattura cosmatesca si rendeva responsabile, alla metà circa del XII secolo, della pavimentazione presbiteriale e, nel XIII secolo, del prezioso candelabro pasquale.

Il progressivo interramento del Foro Romano avvenuto nel succedersi del tempo rese inevitabile una radicale modifica strutturale: il rialzamento del portone di ingresso di quasi 7 metri, con conseguente dimezzamento della basilica in altezza. 
La complessa operazione si svolse durante il pontificato di Urbano VIII (1623-1644), tra il 1626 e il 1632, su progetto di Orazio Torriani e direzione di Luigi Arrigucci.
La cripta che se ne ricavò, corrispondente alla quota primitiva, è quella che tuttora conserva l’altare originario con le reliquie; la chiesa sopraelevata è quella che vide importanti aggiunte: i nuovi altari laterali (in uno dei quali venne trasferito dalla prima basilica l’affresco bizantino dell’VIII secolo con il Kyrios, il Cristo vivo sulla croce, re dell’universo), che restringendo l’ampiezza dell’aula, mutilarono le porzioni laterali del mosaico dell’arcata trionfale; il soffitto a cassettoni, opera di Francesco Nave, con, al centro, la gloria dei santi martiri Cosma e Damiano; il ciclo ad affresco dedicato ai due santi titolari, eseguito da Marco Tullio Montagna e Simone Lagi sul registro superiore delle pareti; l’altare barocco di Domenico Castelli, che riutilizza però le colonne marmoree dell’antico e che incastona al centro la venerata icona del XIII secolo “Madonna della Salute” o “di San Gregorio”.
 
A dispetto delle sopraggiunte, irreversibili modifiche, lo spazio liturgico è, però, ancora suscettibile di coinvolgere emotivamente indirizzando lo sguardo verso quel messaggio di speranza fissato negli antichi mosaici: la visione del Cristo trionfante sui mali della storia presente, nella prospettiva dell’instaurazione della Gerusalemme celeste.
 
Al termine della visita guidata si è svolta la Celebrazione Eucaristica presieduta da Sua Eccellenza Reverendissima Grand’Ufficiale Monsignor Edoardo Cerrato e concelebrata da Don Giuseppe Sciavilla.
 
Si riporta la sintesi dell’Omelia di S.E.R. Monsignor Cerrato. 

Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Cerrato inizia la Sua omelia ringraziando, nella festa di San Luca, il Signore per la celebrazione della Santa Messa in questa Basilica, primo luogo cristiano nell’area del foro romano, a pochi passi dalla chiesa dedicata a San Luca ed alla giovane martire romana Santa Martina.
Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Cerrato prosegue poi nella Sua omelia.

Nella prima lettura (Dalla seconda lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo – 2 Tm 4,10-17) abbiamo ascoltato che a Roma con San Paolo c’era anche San Luca, pertanto, anche la sua presenza ha santificato questi luoghi e contribuisce a rendere cara a tutti noi questa città a cui San Paolo VI, nel suo testamento spirituale, rivolgeva un saluto davvero commovente: «a te Roma, Diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi la mia benedizione più paterna e più piena affinché tu, “urbe dell’orbe”, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione e con umana virtù e con fede cristiana tu sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale ed universale missione».

La Lettera di San Paolo a Timoteo è stata scritta qui a Roma, dove l’Apostolo si trovava in attesa di giudizio del tribunale imperiale a cui si era appellato in quanto civis romanus, e ci riporta a quello che l’Apostolo sta vivendo in quel momento, Dema lo ha abbandonato avendo preferito le cose di questo mondo ed è partito per Tessalonica, Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia, Alessandro il fabbro gli ha procurato moltissimi danni e nella sua difesa in tribunale nessuno lo ha assistito, tutti lo hanno abbandonato, solo Luca è con lui. Luca, il caro medico, come lo chiama nella Lettera ai Colossesi, il compagno di lavoro, come lo chiama nella Lettera a Filemone.

San Luca era nato ad Antiochia di Siria, dove i discepoli del Signore per la prima volta furono chiamati Cristiani, in una famiglia pagana e, divenuto Cristiano, si era unito a San Paolo nei viaggi apostolici.

Il Vangelo che scriverà negli ultimi anni della sua vita mostra una particolare sensibilità riguardo all’evangelizzazione dei pagani non avendo dimenticato la grazia che Cristo gli ha fatto portandolo dal paganesimo alla fede.

E’ lui a riportare la parabola del buon samaritano, a citare l’apprezzamento di Gesù per la fede della vedova di Zarepta di Sidone, di Naaman il Siro, del lebbroso samaritano, la parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso, a raccontare della peccatrice perdonata che lava i piedi del Signore con le sue lacrime e le asciuga con i suoi capelli, “scriba mansuetudinis Christi”: così Dante lo definisce.

La fede non cancella l’umano, lo esalta, lo rende autentico. La fede si vive in prima persona, ma non da soli, non da isolati, la si vive in una comunità, in un corpo che è il corpo mistico di Cristo che unisce a sé i Suoi discepoli e li unisce tra loro in un rapporto di visibile e di concreta unione.

Carissimi fratelli e sorelle è significativo che la grazia chiesta dalla Chiesa al Signore in questa festa di San Luca è che i cristiani formino un cuor solo ed un’anima sola, come recita la Colletta.

E’ questa la grazia che fin dall’inizio Sua Santità Leone XIV ha presentato come un obiettivo fondamentale e come un impegno da realizzare con la grazia dello Spirito Santo attraverso l’amore fraterno, il perdono, l’accettazione delle legittime differenze per diventare fermento di unità e di riconciliazione per il mondo intero.

Amare di più, amare sino in fondo, amare con tutto sé stessi, donarsi ai fratelli perché il mondo creda. Essere uno in Cristo, “in Illo uno unum”: questo il motto nello stemma di Papa Leone.

Carissimi fratelli e sorelle abbiamo sentito da San Paolo: “il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato la forza di portare a compimento l’annuncio del Vangelo” ed a Timoteo, dopo aver detto questo, dice “ricordati di Gesù Cristo”, metti Cristo al centro del tuo cuore, questo è il primo atto dell’annuncio della fede, la Sua amicizia è quanto di più prezioso ci sia, e se ti dovesse capitare di mancare di fede ricorda che Lui rimane fedele al Suo amore per sempre e tutto può ricominciare nuovo.

Ricordiamoci di Cristo e lasciamoci abbracciare dalla Sua misteriosa ma reale presenza, dalla quale tutta la nostra vita è abbracciata fino a consentirci di dire, con l’Apostolo, “mihi vivere Christus est”, per me vivere è Cristo. La mia vita è Cristo. 

I Santi Apostoli Pietro e Paolo e San Luca ci accompagnino nel cammino con la loro intercessione.

 Dopo la Santa Messa il Delegato ha ringraziato i partecipanti all’incontro e, dopo la consueta foto, ha invitato a proseguire l’incontro in un noto ristorante della zona dove la giornata si è conclusa in un clima di allegria e di sincera amicizia.

20 settembre 2025

Basilica Santo Stefano Rotondo al Celio

Sabato 20 settembre 2025 si è svolto il primo incontro dopo la pausa estiva della Delegazione Locale Roma San Marco durante il quale è anche stato festeggiato il compleanno di Monsignor Silvano Rossi, Priore della Sezione Roma, Confratello della nostra Delegazione.

La Celebrazione Eucaristica, presieduta da Monsignor Silvano Rossi, è stata concelebrata da Monsignor Pietro Bongiovanni, Priore della nostra Delegazione, e da Don Giuseppe Sciavilla nella singolare Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio.

L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore Monsignor Cavaliere Pietro Bongiovanni, ha visto la gradita presenza di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Grand’Ufficiale Edoardo Aldo Cerrato (Vescovo emerito di Ivrea), del Cancelliere della Luogotenenza per l’Italia Centrale, del Preside della Sezione Roma, di un nutrito gruppo di Cavalieri e Dame della Delegazione Locale, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno voluto trascorrere insieme alcune ore continuando a confermare il clima di serena fratellanza.

Si riporta la sintesi dell’Omelia di Monsignor Silvano Rossi. 

Monsignor Silvano Rossi inizia la sua omelia ringraziando degli auguri per il suo compleanno e di aver voluto essere presenti all’incontro della Delegazione.

La Misericordia del Signore ci concede ogni istante della nostra vita che, come diceva il salmo responsoriale (“Presentatevi al Signore con esultanza”), va vissuta con esultanza qualunque siano gli avvenimenti che si verificano perché la nostra storia è un atto di amore e di grazia che Dio fa a ciascuno di noi. Ed è così anche quando sembra che la misericordia di Dio ci abbia dimenticato.

Un compleanno, segno del tempo che passa, ci deve far ricordare che il tempo è un dono, è il dono dell’amore, è il dono che ci hanno fatto i nostri genitori e che lo Spirito Santo è arrivato a concretizzare nel nostro cuore donandoci la parte materiale ma, soprattutto, la parte spirituale, quella che noi chiamiamo anima.

Ogni volta che vengo in una chiesa sento sempre di più la presenza di Dio come la sento ogni volta che incontro uno dei miei fratelli, soprattutto i più bisognosi, ai quali più degli altri deve essere rivolto l’amore così come fece Gesù. 

Gesù guardando negli occhi guardava la coscienza di ogni persona, ad ogni persona che incontrava rivelava il suo sguardo come se fosse l’unico di tutta la sua esistenza. L’ha rivolto a me, l’ha rivolto a ciascuno di voi, l’ha rivolto nel momento stesso in cui mi ha voluto sacerdote, in cui mi ha guidato per mano nonostante tutti i miei peccati, nonostante la mia voglia di evadere e di lasciare questa vita che molte volte mi dava fastidio, ma mi ha sempre ripreso guidandomi non dove io volevo ma dove lui voleva.

Molte volte la sua Parola, come ci diceva il Vangelo, è caduta sulla terra arida e facendo una valutazione delle nostre vite ci possiamo chiedere quanto siamo stati terreno fecondo e quanto questo terreno è stato fecondato dalla presenza e dalla Parola del Signore.

Monsignor Rossi, proseguendo nella sua omelia, ci invita ad avere ben presente quella che è la dimensione dell’amore salvifico, dell’amore che si è fatto morte affinché potessimo vivere, dell’amore che poi si è fatto vita nella resurrezione per dare la vita anche a noi.

Nelle preghiere di ogni giorno raccogliamo tutti: i nostri amici, i nostri nemici, raccogliamo quelli che ci hanno fatto del bene e quelli che ci hanno fatto del male. Tutti noi abbiamo bisogno di Dio, abbiamo bisogno di Dio come del pane quotidiano che ci dà nell’eucarestia, Dio è il nostro aiuto, la nostra sicurezza, è la totalità della nostra vita, è il nostro amore. Quando noi ci nutriamo di Cristo, Cristo ci riempie e ci aiuta a dare agli altri quello di cui hanno bisogno.

Qui davanti a me ho il tabernacolo è lì che noi dobbiamo trovare la nostra speranza la nostra gioia la nostra metà della nostra vita.

Monsignor Rossi conclude ringraziando ancora a tutti per la testimonianza, per l’amore e per la fedeltà, pregando che il Signore aiuti ciascuno di noi ad essere fedele alla parola che abbiamo ricevuto. 


Dopo la Santa Messa il Delegato ha ringraziato i partecipanti all’incontro e, dopo la consueta foto, ha invitato i partecipanti a proseguire l’incontro con la visita guidata.

La Dottoressa Susanna Falabella, con la sua consueta competenza storico-artistica e linguistica, ha illustrato la Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio.

La Basilica si staglia solenne, sulla dorsale più alta del Celio, a testimoniare, con la sua monumentalità, l’ambizioso progetto concepito in epoca tardo antica per significare la presa di possesso, territoriale e religiosa, da parte di una nascente Roma cristiana.

Fu fondata nel V secolo in un’area ancora marcata da edifici di culto pagani ormai illegali, condannati all’abbandono (ed, eventualmente, alla spoliazione): tra di essi (attestato dai rinvenimenti archeologici), un mitreo, annesso alla caserma - Castra Peregrina – dei soldati degli eserciti provinciali impiegati nell’Urbe a presidiarne le vie di accesso, certamente ancora utilizzato poco prima della costruzione del tempio dedicato al primo martire della chiesa di Gerusalemme che, in parte, vi si sovrappose.

La consacrazione della Basilica, avvenuta con Papa Simplicio (468-483), lascia ipotizzare un avvio della costruzione in epoca precedente, forse già con Papa Leone Magno (440-461), suggerito anche dal rinvenimento, nel corso degli scavi, di monete dell’imperatore Libio Severo (461-465).

L’architettura sorse con caratteristiche insolite e complesse, senza precedenti per planimetria e dimensioni: una chiesa perfettamente circolare di 65,80 metri di diametro, simmetricamente articolata in ogni sua parte, senza asse direzionale che ne determinasse l’orientamento. 
Ciò indusse gli eruditi del Rinascimento a ritenerla la cristianizzazione di un edificio pagano ma in realtà, l’impianto originario (oggi difficilmente intuibile per le modifiche cui la struttura andò incontro nei secoli successivi), prevedeva una sofisticata e ragionata combinazione di due sistemi centralizzati, entrambi cristiani: quello rotondo (proprio dell’Anastasi di Gerusalemme) e quello cruciforme (proprio dei martyria, riconoscibile nella basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli).

Il più alto vano centrale (tuttora in essere), costituito da un anello di 22 colonne ioniche architravate e coronato da un alto tamburo forato da 22 finestre centinate, era circondato da due ambulacri divisi da un colonnato di 36 colonne ad arcate, su cui si innestavano 4 bracci di croce separati dai settori intermedi da 8 pilastri; in ciascuno dei 4 settori diagonali era una coppia di porte per un totale di 8 accessi. La gradazione dei sistemi di copertura, la ragionata varietà dei marmi pregiati scelti per la pavimentazione e per il rivestimento del tamburo interno e l’orchestrazione delle fonti di luce, dovevano contribuire a creare uno spazio ricco di modulazioni prospettiche e, a un tempo, mistico e trascendente.

Evidentemente a causa dei danni subiti a seguito di secoli di saccheggi e abbandono e per conseguenti ragioni di ordine statico, fu però durante il pontificato di Innocenzo II (1130-1143) che l’ambulacro più esterno venne eliminato (ne sopravvivono solo tre sezioni corrispondenti al vestibolo di ingresso e alle cappelle dei Santi Primo e Feliciano e di Santo Stefano d’Ungheria) e che nel vano centrale si inserì una parete ad arcate sostenuta da due altissime colonne in granito.

Le poche, ma significative, successive varianti derivarono dalla decisione assunta da Papa Gregorio XIII (1572-1585) di assegnare la custodia della chiesa al neonato Collegio Germanico Ungarico (che tuttora la detiene), affidato allora alla direzione del rettore Michele Lauretano.
Fu quest’ultimo a concepire il nuovo programma decorativo, messo in opera nel 1572-73, in funzione della formazione dei futuri missionari nei territori contaminati dal dilagare delle eresie protestanti: la recinzione ottagona del presbiterio dipinta da Niccolò Circignani (il Pomarancio) con storie e miracoli di santo Stefano; i 32 quadri del martirologio, affrescati sulle pareti ancora dal Circignani e da Matteo da Siena; e le scene di Antonio Tempesta con la Strage degli Innocenti, la Madonna dei Sette Dolori e le storie dei santi Primo e Feliciano nella cappella a loro dedicata già da Papa Teodoro (642-649; e infatti custode del prezioso mosaico altomedioevale nella calottina absidale).
Ne derivò un rigoroso, coerente catechismo per immagini, nel più severo spirito del primo periodo gesuita, atto a infiammare di ardore verso il martirio: a incoraggiare, anche per tale via, alla sequela e imitazione di Cristo. 

La giornata si è conclusa, in allegria e con manifestazioni di sincera amicizia, con la conviviale in un noto ristorante della zona.

21 giugno 2025

Basilica Santa Maria in Aracoeli

Sabato 21 giugno 2025 si è tenuto l’ultimo incontro prima della pausa estiva della Delegazione Locale Roma San Marco durante il quale si è svolta la Celebrazione Eucaristica, presieduta dal Priore della Delegazione Monsignor Pietro Bongiovanni, presso la splendida Basilica Santa Maria in Aracoeli.
 
L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore, ha visto la gradita presenza del Priore della Sezione Roma Monsignor Silvano Rossi, di un nutrito gruppo di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno sfidato l’elevata temperatura del primo giorno di estate ed hanno voluto condividere l’incontro nel consolidato clima di serenità ed amicizia.
 
La giornata è iniziata con la Celebrazione Eucaristica presieduta da Monsignor Pietro Bongiovanni e concelebrata da Monsignor Silvano Rossi. 
 
Si riporta la sintesi dell’Omelia. 

Monsignor Bongiovanni, continuando nel percorso di formazione spirituale delle Dame e dei Cavalieri della Delegazione, inizia la sua omelia prendendo spunto dal Vangelo odierno e ci vuole offrire una riflessione sul senso della fedeltà.

Fedeltà a Cristo. Fedeltà alla Chiesa. Fedeltà all’Ordine che è la casa che ci accoglie.

Dice Gesù che “non possiamo servire più padroni”, o serviamo il Signore o serviamo il mondo. O inseguiamo la perfezione che Dio ci offre come strada per liberarci dai nostri egoismi o, inevitabilmente, seguiamo la mondanità con tutte le sue sfaccettature.

Monsignor Bongiovanni sottolinea che la via della mondanità è come la scala dell’Aracoeli ma percorsa per scendere mentre la via del Signore porta in alto, è sempre una scala in salita con un inevitabile sacrificio.

Ma è necessario soffermarsi su due elementi.

Il primo è il desiderio profondo del cuore, la motivazione, di arrivare alla meta. Perché è questo che ci spinge ad affrontare la scala. 

Perché essere fedeli a Dio? Perché solo lui ha parole di vita eterna. 

Perché essere fedeli alla Chiesa? Perché solo la Chiesa porta nella sua missione la grazia che Dio le ha consegnato affinché noi possiamo trovare la forza per affrontare la sfida. 

Perché essere fedeli all’Ordine a cui apparteniamo? Perché nella nostra vita questo rappresenta una via sicura che ci motiva nella nostra vita spirituale a compiere un cammino ed a realizzarlo anche nelle nostre opere.

Il secondo elemento è chiedere al Signore la fede e la forza per affrontare la scala che è rappresentata dalla vita con tutte le sue sfaccettature, positive e negative.

Dove attingiamo la motivazione? Dall’amore per Dio e dalla forza che ci viene infusa dalla sua grazia. 

E questa grazia come arriva a noi? Attraversa la via sacramentale: la Santa messa, i Sacramenti, le buone intenzioni e soprattutto la preghiera: la preghiera personale e la Santa Messa che è la più alta espressione della preghiera cristiana. 

Noi siamo chiamati ad essere fedeli al nostro impegno seminando intorno a noi le vere opere di carità che si concretizzano nell’adesione felice, entusiasta e sentendoci onorati di poter fare del bene nel nome di Gesù Cristo lì dove il carisma dell’Ordine porta il frutto dei propri sforzi e della propria carità: la Terra Santa.

Monsignor Bongiovanni evidenzia come, in questo giorno di inizio estate, si sia in una delle Chiese più belle e più ricche di storia, come ci dirà la nostra guida Susanna illustrandoci questo luogo mirabile, posta in alto perché tutti possano vederla. 

Noi siamo consapevoli che la nostra vita è una vita esposta e giudicata. Prima di tutto da Dio, che è quello che ci interessa, ma anche dagli uomini e dalle donne del nostro tempo.  

Dopo la Santa Messa il Delegato ha ringraziato i presenti all’incontro e, dopo la consueta foto, ha invitato i partecipanti a proseguire la mattinata con la visita guidata.
 
La Dottoressa Susanna Falabella ha avviato l’illustrazione di storia ed arte della Basilica Santa Maria in Aracoeli con le già note ai partecipanti pregiate capacità espositive e culturali.
 
L’imponente facciata in mattoni di diversa pezzatura e colore, svettante sull’altura capitolina, denuncia l’appartenenza alla stagione del pieno Medioevo di una delle basiliche più celebrate della città: Santa Maria in Aracoeli. 
 
Era, infatti, il 23 luglio 1248 quando, in una bolla pontificia, Innocenzo IV (1243-1254) esprimeva il desiderio di concedere ai francescani la piccola chiesa di Santa Maria in Capitolio: un edificio di culto sull’Arx capitolina, occupante l’area dell’attuale transetto e con facciata rivolta verso l’attuale piazza del Campidoglio, fondato non da sant’Elena, come vorrebbe una pia tradizione, ma certamente esistente nell’VIII secolo quando risultava officiato da monaci basiliani provenienti dalla Sicilia prima di essere ceduto, nell’XI secolo, alla custodia dei benedettini.

Con ulteriore documento del 12 giugno 1249, il papa invitava il vescovo di Ostia, Rainaldo dei Conti di Segni, ad aiutare i francescani a prendere possesso del sito e, ancora il 20 marzo 1252, sollecitava la popolazione a sostenere finanziariamente la ricostruzione di un complesso, chiesa e convento, che già a partire dal XII secolo venivano indicati nelle fonti scritte come di “Santa Maria in Aracoeli”.

Il nuovo toponimo potrebbe derivare, in direzione strettamente etimologica, dalla deformazione (ampliamento) di “Santa Maria in Arce” (“Arx”) ma, evidentemente più suggestiva e destinata a maggior fortuna, la diversa motivazione illustrata nei Mirabilia Urbis Romae che riferiscono di una leggendaria apparizione ad Ottaviano Augusto: l’imperatore, restio a ricevere gli onori divini che i senatori volevano tributargli, ricevette in questo luogo la visione della Vergine Maria in piedi sopra un altare, apparizione accompagnata da una voce che annunciava “Questa è l’ara del Figlio di Dio”.

Il nuovo tempio edificato dai francescani veniva consacrato ancora incompleto nel 1291 ma, nel 1297, il papa Bonifacio VIII (1294-1303) poteva celebrarvi una Messa cui assistettero più di mille fedeli e alla presenza del nipote, Matteo d’Acquasparta, generale dell’Ordine: una costruzione imponente, eccentrica rispetto alle tradizionali fondazioni francescane sia per ubicazione (nel cuore di quella che ormai era la sede dell’amministrazione comunale della città) che per materiali impiegati (le 22 colonne di spoglio in granito, cipollino, pavonazzetto e marmo bianco che dividono lo spazio basilicale in tre navate).
 
La veste attuale interna è risultato delle trasformazioni occorse di necessità in parallelo al procedere della storia di cui la basilica è stata fortunata protagonista e designata vittima: numerosi abbellimenti (promossi dalle famiglie nobili che si assicurarono privilegiati spazi di sepoltura nelle rispettive cappelle di patronato), dolorose perdite (le decorazioni ad affresco di Pietro Cavallini nella calotta absidale) e traumatiche asportazioni (le spoliazioni dell’età napoleonica).

Sopravvissuta alle demolizioni di fine XIX secolo stabilite per l’innalzamento del Vittoriano (che non ne risparmiarono però l’annesso convento), la basilica si erge ancora maestosa alla sommità di quella scalinata di 124 gradini di Lorenzo Simone Andreozzi, realizzata nel 1348 a spese del popolo romano come ex voto alla Vergine per la cessazione della peste, e ci consegna un’immagine potente, di rara bellezza, composta da interventi di epoche diverse: un pavimento cosmatesco, le cui geometrie sono interrotte dalla tante lapidi sepolcrali; i soffitti a cassettoni della navata centrale e del transetto, commissionati a Flaminio Boulanger dopo la vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto; l’altare di Sant’Elena, del XII secolo ma poggiante sul pavimento del IX; la venerata icona mariana dell’XI secolo (già sull’altare di Sant’Elena e, dalla seconda metà del XVI, posizionata sull’altare maggiore); gli affreschi di ambito cavalliniano rinvenuti nel 2003 nella cappella di San Pasquale Baylon; il monumento funebre di Cecchino Bracci progettato da un anziano Michelangelo e messo in opera da Pietro Urbano; la sorprendente cappella Bufalini, decorata dal Pintoricchio intorno al 1483 su commissione dell’avvocato concistoriale Niccolò di Manno Bufalini, con storie di san Bernardino da Siena (canonizzato nel 1450 e già ospitato nel convento dell’Aracoeli), preziose di raffinate aperture paesistiche e incorniciate da elaborati e - per l’epoca modernissimi – partiti a grottesche.   

La giornata si è conclusa, “dulcis in fundo”, in un ristorante dal nome evocativo dove, allegramente ed amichevolmente, si è svolta l’incontro conviviale.

Sabato 21 giugno 2025 si è tenuto l’ultimo incontro prima della pausa estiva della Delegazione Locale Roma San Marco durante il quale si è svolta la Celebrazione Eucaristica, presieduta dal Priore della Delegazione Monsignor Pietro Bongiovanni, presso la splendida Basilica Santa Maria in Aracoeli.
 
L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore, ha visto la gradita presenza del Priore della Sezione Roma Monsignor Silvano Rossi, di un nutrito gruppo di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno sfidato l’elevata temperatura del primo giorno di estate ed hanno voluto condividere l’incontro nel consolidato clima di serenità ed amicizia.
 
La giornata è iniziata con la Celebrazione Eucaristica presieduta da Monsignor Pietro Bongiovanni e concelebrata da Monsignor Silvano Rossi. 
 
Si riporta la sintesi dell’Omelia. 

Monsignor Bongiovanni, continuando nel percorso di formazione spirituale delle Dame e dei Cavalieri della Delegazione, inizia la sua omelia prendendo spunto dal Vangelo odierno e ci vuole offrire una riflessione sul senso della fedeltà.

Fedeltà a Cristo. Fedeltà alla Chiesa. Fedeltà all’Ordine che è la casa che ci accoglie.

Dice Gesù che “non possiamo servire più padroni”, o serviamo il Signore o serviamo il mondo. O inseguiamo la perfezione che Dio ci offre come strada per liberarci dai nostri egoismi o, inevitabilmente, seguiamo la mondanità con tutte le sue sfaccettature.

Monsignor Bongiovanni sottolinea che la via della mondanità è come la scala dell’Aracoeli ma percorsa per scendere mentre la via del Signore porta in alto, è sempre una scala in salita con un inevitabile sacrificio.

Ma è necessario soffermarsi su due elementi.

Il primo è il desiderio profondo del cuore, la motivazione, di arrivare alla meta. Perché è questo che ci spinge ad affrontare la scala. 

Perché essere fedeli a Dio? Perché solo lui ha parole di vita eterna. 

Perché essere fedeli alla Chiesa? Perché solo la Chiesa porta nella sua missione la grazia che Dio le ha consegnato affinché noi possiamo trovare la forza per affrontare la sfida. 

Perché essere fedeli all’Ordine a cui apparteniamo? Perché nella nostra vita questo rappresenta una via sicura che ci motiva nella nostra vita spirituale a compiere un cammino ed a realizzarlo anche nelle nostre opere.

Il secondo elemento è chiedere al Signore la fede e la forza per affrontare la scala che è rappresentata dalla vita con tutte le sue sfaccettature, positive e negative.

Dove attingiamo la motivazione? Dall’amore per Dio e dalla forza che ci viene infusa dalla sua grazia. 

E questa grazia come arriva a noi? Attraversa la via sacramentale: la Santa messa, i Sacramenti, le buone intenzioni e soprattutto la preghiera: la preghiera personale e la Santa Messa che è la più alta espressione della preghiera cristiana. 

Noi siamo chiamati ad essere fedeli al nostro impegno seminando intorno a noi le vere opere di carità che si concretizzano nell’adesione felice, entusiasta e sentendoci onorati di poter fare del bene nel nome di Gesù Cristo lì dove il carisma dell’Ordine porta il frutto dei propri sforzi e della propria carità: la Terra Santa.

Monsignor Bongiovanni evidenzia come, in questo giorno di inizio estate, si sia in una delle Chiese più belle e più ricche di storia, come ci dirà la nostra guida Susanna illustrandoci questo luogo mirabile, posta in alto perché tutti possano vederla. 

Noi siamo consapevoli che la nostra vita è una vita esposta e giudicata. Prima di tutto da Dio, che è quello che ci interessa, ma anche dagli uomini e dalle donne del nostro tempo.  

Dopo la Santa Messa il Delegato ha ringraziato i presenti all’incontro e, dopo la consueta foto, ha invitato i partecipanti a proseguire la mattinata con la visita guidata.
 
La Dottoressa Susanna Falabella ha avviato l’illustrazione di storia ed arte della Basilica Santa Maria in Aracoeli con le già note ai partecipanti pregiate capacità espositive e culturali.
 
L’imponente facciata in mattoni di diversa pezzatura e colore, svettante sull’altura capitolina, denuncia l’appartenenza alla stagione del pieno Medioevo di una delle basiliche più celebrate della città: Santa Maria in Aracoeli. 
 
Era, infatti, il 23 luglio 1248 quando, in una bolla pontificia, Innocenzo IV (1243-1254) esprimeva il desiderio di concedere ai francescani la piccola chiesa di Santa Maria in Capitolio: un edificio di culto sull’Arx capitolina, occupante l’area dell’attuale transetto e con facciata rivolta verso l’attuale piazza del Campidoglio, fondato non da sant’Elena, come vorrebbe una pia tradizione, ma certamente esistente nell’VIII secolo quando risultava officiato da monaci basiliani provenienti dalla Sicilia prima di essere ceduto, nell’XI secolo, alla custodia dei benedettini.

Con ulteriore documento del 12 giugno 1249, il papa invitava il vescovo di Ostia, Rainaldo dei Conti di Segni, ad aiutare i francescani a prendere possesso del sito e, ancora il 20 marzo 1252, sollecitava la popolazione a sostenere finanziariamente la ricostruzione di un complesso, chiesa e convento, che già a partire dal XII secolo venivano indicati nelle fonti scritte come di “Santa Maria in Aracoeli”.

Il nuovo toponimo potrebbe derivare, in direzione strettamente etimologica, dalla deformazione (ampliamento) di “Santa Maria in Arce” (“Arx”) ma, evidentemente più suggestiva e destinata a maggior fortuna, la diversa motivazione illustrata nei Mirabilia Urbis Romae che riferiscono di una leggendaria apparizione ad Ottaviano Augusto: l’imperatore, restio a ricevere gli onori divini che i senatori volevano tributargli, ricevette in questo luogo la visione della Vergine Maria in piedi sopra un altare, apparizione accompagnata da una voce che annunciava “Questa è l’ara del Figlio di Dio”.

Il nuovo tempio edificato dai francescani veniva consacrato ancora incompleto nel 1291 ma, nel 1297, il papa Bonifacio VIII (1294-1303) poteva celebrarvi una Messa cui assistettero più di mille fedeli e alla presenza del nipote, Matteo d’Acquasparta, generale dell’Ordine: una costruzione imponente, eccentrica rispetto alle tradizionali fondazioni francescane sia per ubicazione (nel cuore di quella che ormai era la sede dell’amministrazione comunale della città) che per materiali impiegati (le 22 colonne di spoglio in granito, cipollino, pavonazzetto e marmo bianco che dividono lo spazio basilicale in tre navate).
 
La veste attuale interna è risultato delle trasformazioni occorse di necessità in parallelo al procedere della storia di cui la basilica è stata fortunata protagonista e designata vittima: numerosi abbellimenti (promossi dalle famiglie nobili che si assicurarono privilegiati spazi di sepoltura nelle rispettive cappelle di patronato), dolorose perdite (le decorazioni ad affresco di Pietro Cavallini nella calotta absidale) e traumatiche asportazioni (le spoliazioni dell’età napoleonica).

Sopravvissuta alle demolizioni di fine XIX secolo stabilite per l’innalzamento del Vittoriano (che non ne risparmiarono però l’annesso convento), la basilica si erge ancora maestosa alla sommità di quella scalinata di 124 gradini di Lorenzo Simone Andreozzi, realizzata nel 1348 a spese del popolo romano come ex voto alla Vergine per la cessazione della peste, e ci consegna un’immagine potente, di rara bellezza, composta da interventi di epoche diverse: un pavimento cosmatesco, le cui geometrie sono interrotte dalla tante lapidi sepolcrali; i soffitti a cassettoni della navata centrale e del transetto, commissionati a Flaminio Boulanger dopo la vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto; l’altare di Sant’Elena, del XII secolo ma poggiante sul pavimento del IX; la venerata icona mariana dell’XI secolo (già sull’altare di Sant’Elena e, dalla seconda metà del XVI, posizionata sull’altare maggiore); gli affreschi di ambito cavalliniano rinvenuti nel 2003 nella cappella di San Pasquale Baylon; il monumento funebre di Cecchino Bracci progettato da un anziano Michelangelo e messo in opera da Pietro Urbano; la sorprendente cappella Bufalini, decorata dal Pintoricchio intorno al 1483 su commissione dell’avvocato concistoriale Niccolò di Manno Bufalini, con storie di san Bernardino da Siena (canonizzato nel 1450 e già ospitato nel convento dell’Aracoeli), preziose di raffinate aperture paesistiche e incorniciate da elaborati e - per l’epoca modernissimi – partiti a grottesche.   

La giornata si è conclusa, “dulcis in fundo”, in un ristorante dal nome evocativo dove, allegramente ed amichevolmente, si è svolta l’incontro conviviale.

17 maggio 2025

Basilica Santi Silvestro e Martino

Sabato 17 maggio 2025 si è effettuato il quarto incontro dell’anno della Delegazione Locale Roma San Marco durante il quale si è svolta la Celebrazione Eucaristica, presieduta dal Priore della Delegazione Monsignor Pietro Bongiovanni, presso l’antica Basilica Santi Silvestro e Martino ai Monti.

L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore, ha visto la gradita presenza del Cancelliere della Luogotenenza dell’Italia Centrale, di un ampio gruppo di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno deciso di voler condividere alcune ore nel consueto clima di serena fraternità ed amicizia.

La giornata è iniziata con la Celebrazione Eucaristica presieduta da Monsignor Pietro Bongiovanni.

Si riporta la sintesi dell’Omelia.

Monsignor Bongiovanni inizia la sua omelia auspicando che il motivo che ci vede partecipare così numerosi nei nostri incontri, sotto la protezione di San Marco, sia la gioia e la speranza perché, come dice la Scrittura: è bello che i fratelli stiano insieme.

La partecipazione è un segno importante perché è il segno della nostra fraternità ed è auspicabile che questa cresca per essere sempre più evidente ed eloquente.

Il nostro essere presenti deve essere suscitato non semplicemente da un motivo di amicizia o di un senso di appartenenza, ma dovrebbe essere suscitato da un profondo desiderio di stare gli uni accanto agli altri diventando a nostra volta “missionari” affinché questa realtà di Chiesa possa crescere, consolidarsi ed essere attrattiva.

Monsignor Bongiovanni sottolinea che per capire cosa rende attrattiva una realtà della Chiesa ci aiuta la descrizione della Chiesa degli inizi fatta negli Atti degli Apostoli. Quella era una Chiesa in cui le persone, pur di appartenervi, mettevano in gioco la vita e le Basiliche, come questa, sono state costruite sulla testimonianza del martirio dei nostri fratelli che ci hanno preceduto. Ed il martirio è donare la vita pur di non tradire ciò che Gesù ci ha messo nel cuore. Chi vede Gesù vede il Padre, come si dice nel Vangelo odierno, e - quindi - se vede il Padre in Gesù adora in questo lo stesso mistero della Trinità. E per questo mistero della Trinità che questi uomini e queste donne hanno ritenuto la vita fisica meno importante rispetto alla fede da vivere e da testimoniare.

I nostri fratelli dei primi tempi della Chiesa testimoniavano la fede stando insieme per celebrare la Santa Messa, in memoria di Gesù. Gesù che in ogni Santa Messa rinnova il calvario.

Noi, Dame e Cavalieri del Santo Sepolcro, forti del carisma spettacolare della custodia, del sostegno e della vitalizzazione del luogo della sepoltura e della resurrezione di Cristo, celebriamo il mistero della morte e della resurrezione di Gesù che si materializza sull’altare nella celebrazione della Santa Messa.

Care Dame, cari Cavalieri e cari Ammittendi questa realtà spirituale e reale la viviamo insieme.

Monsignor Bongiovanni conclude sottolineando che noi dobbiamo vivere le Celebrazioni con lo spirito di coloro che ci hanno preceduto.

Prima di tutto con l’entusiasmo, senza il quale tutto diventa una fatica.
Poi con la consapevolezza ed il sentirsi onorati di avere su di noi l’espressione di tanta gloria, perché essere Cavalieri e Dame è qualcosa che cambia la nostra vita. Con quella croce che ci è stata messa sulle spalle la sera dell’Investitura siamo stati costituiti luce e sale che devono dare riferimento e sapore in un modo diverso.
Ed infine dobbiamo essere, gli uni con gli altri, supporto e sostegno perché la famiglia si consolidi e la famiglia cresca nello spirito della Pasqua del Signore.

Ecco questo è il messaggio che vogliamo vivere e che affidiamo al Signore mentre con tutta la Chiesa siamo nell’esultanza per il nuovo inizio di pontificato di Papa Leone, un dono sempre, come ogni Papa, della Divina Provvidenza.

Preghiamo per lui perché la sua voce, la sua opera e la sua testimonianza sia accompagnata dall’amore di tutta la Chiesa.

E, per noi, il coraggio di essere cristiani fino in fondo guardando a Gesù inizio e compimento di tutte le nostre opere.


Dopo la Santa Messa il Delegato ha ringraziato i presenti all’incontro e, dopo la consueta foto, ha invitato i partecipanti a proseguire la mattinata con la visita guidata.

La Dottoressa Susanna Falabella, con le sue preziose e gradite competenze, ha avviato l’illustrazione storica ed artistica della Basilica Santi Silvestro e Martino ai Monti.

L’elegante facciata seicentesca che prospetta su via del Monte Oppio tradisce, per dimensioni e stile, l’imponenza e l’età della Basilica cui appartiene e che dal 1299 è affidata alla custodia dell’Ordine Carmelitano.

Oltre la soglia si spalanca la visione di un interno monumentale, ritmato in tre navate, la cui antichità, appena suggerita dai fusti di colonne di spoglio (di marmo cipollino, bigio, pavonazzetto, imezio), 12 per lato, è confermata da un’area di scavo accessibile dalla cripta e indicata come “titolo Equizio. La storia dell’edificio infatti, affonda le sue radici agli albori della Roma cristiana quando il presbitero Equizio donò alla Chiesa un terreno e una struttura del III secolo – probabilmente a destinazione commerciale (stante il rinvenimento a una quota ulteriormente inferiore di ambienti assimilabili a magazzini) – che, adattata alle esigenze di culto, venne ulteriormente perfezionata in tal senso da papa Silvestro (314-335) determinando, nelle fonti più antiche, le menzioni alternative di titolo “Equizio” e/o “di Silvestro”.

Agli inizi del VI secolo, il Papa Simmaco (498-515) decise di affiancare al titolo un ulteriore edificio intitolato a San Martino di Tours (315-397), la cui esatta collocazione è però ancora al vaglio degli studi. A partire da quella data, nell’ambiente più antico - che avrebbe continuato a beneficiare di una sua autonomia strutturale e funzionale, con accesso indipendente dal lato sud (attuale piazza di San Martino ai Monti) - venne approntata una decorazione ad affresco strumentale, parrebbe, a indirizzare il percorso dei fedeli; e ancora ulteriori affreschi (stante le tracce rinvenute), vi sarebbero stati eseguiti quando, a metà del IX secolo, il Papa Sergio II (844-847) decise la rifondazione della basilica simmachiana a una quota sopraelevata di 9 metri.

La nuova Basilica, che assunse la doppia titolazione dei Santi Silvestro e Martino, e nella quale Sergio II, quasi alla vigilia delle incursioni saracene, fece traslare reliquie di martiri dalle catacombe di Santa Priscilla, è ancora parzialmente riconoscibile in filigrana delle trasformazioni cui sarebbe andata incontro nei secoli successivi: magnifica espressione della rinascenza carolingia, un tempio solenne attraversato dalla luce delle tante finestre della navata centrale e delle tre della parete absidale.

L’immagine consegnataci dalla lettura della veste attualmente visibile è, però, quella debitrice dei pesanti interventi promossi dal Superiore Generale dei Carmelitani, padre Giovanni Antonio Filippini che, a ridosso dell’anno santo del 1650, e in forza di una generosa donazione familiare, poté promuovere una radicale opera di rinnovamento affidata alla cura dell’architetto, pittore e decoratore romano Filippo Gagliardi (1606-1659) detto “delle Prospettive” o “Filippo Bizzarro”.

L’impresa, conclusa dopo la morte del Filippini con il padre Francesco Scannapieco (il cui nome è riferito nell’iscrizione in facciata), previde: nella navata centrale la tamponatura delle finestre medioevali sostituite da sei nuovi finestroni, la costruzione di sei cantorie, l’arredo con statue ed elementi architettonici in stucco e una decorazione con finte prospettive; sulle pareti delle navate laterali un ciclo di 18 pitture murali (16 eseguite da Gaspard Dughet e due da Giovan Francesco Grimaldi) in cui, seduttivi scenari paesistici, ambientano episodi della vita del profeta Elia (da cui i Carmelitani rivendicano la loro discendenza) e del suo discepolo Eliseo.

Infine, ma non per importanza, il Gagliardi attuò un abbassamento di 50 centimetri del pavimento della basilica, al fine di rendere immediatamente visibile dall’ingresso l’antico altare delle reliquie, rinvenuto nello spazio della cripta. Da quest’ultima, totalmente ripensata nell’articolazione dello spazio e nella ornamentazione, egli previde inoltre l’ingresso all’ambiente sotterraneo del “titolo Equizio”, riportato in luce dopo almeno tre secoli di abbandono, dando così avvio alla riscoperta, materiale e filologica, di uno dei capitoli più affascinanti e tuttora enigmatici dell’architettura cristiana romana tra tardo antico e alto medioevo.

La giornata si è conclusa in una tipica trattoria romana dove, con la consueta allegria ed amicizia, si è svolta la conviviale.

22 marzo 2025

Sabato 22 marzo 2025 si è svolto il terzo incontro dell’anno della Delegazione Locale Roma San Marco durante il quale si è svolta la prima Celebrazione Eucaristica presieduta da Monsignor Pietro Bongiovanni come Priore della nostra Delegazione presso la suggestiva Basilica di San Lorenzo in Damaso.
 
L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore Monsignor Cavaliere Pietro Bongiovanni, ha visto la gradita presenza di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Grand’Ufficiale Edoardo Aldo Cerrato (Vescovo emerito di Ivrea), di Don Ivan Grigis (Parroco della Basilica di San Lorenzo in Damaso), di Don Cavaliere Brice Meissonnier (Parroco della Chiesa della SS.ma Trinità dei Pellegrini), del Preside della Sezione Roma, del Cancelliere e di un Consigliere della Luogotenenza dell’Italia Centrale, di un nutrito gruppo di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno voluto trascorrere insieme alcune ore continuando a confermare il clima di serena fratellanza.
 
La giornata è iniziata con la Celebrazione Eucaristica presieduta da Monsignor Pietro Bongiovanni e concelebrata da Don Ivan Grigis.

 Si riporta la sintesi dell’Omelia di Monsignor Pietro Bongiovanni.

Il Vangelo di oggi è un brano importante che ci mostra, attraverso varie sfaccettature, sia il cammino dell’uomo che si ribella a Dio sia la misericordia infinita del Padre che è sempre pronto ad accoglierci e a ridonarci il dono più grande che è quello della figliolanza perché sia nella fedeltà sia nell’allontanamento siamo sempre figli di Dio.

Gesù parla di questo figlio che va dal padre a chiedere l’eredità ed il padre compie un gesto insolito, dà al figlio quello che avrebbe preso quando sarebbe arrivato il tempo ed il figlio colmo di questi beni, sostanzialmente l’uso della propria libertà, si allontana dal padre e dissipa tutto fino a ridursi veramente molto male.

Ma al figlio, proprio mentre è distrutto nella sua dignità, si riaccende la memoria e pensa alla casa del padre, che ha disonorato, e decide di tornare sperando che suo padre abbia pietà di lui ed almeno lo prenda tra i suoi garzoni.

Se il padre valutasse solo in forza della giustizia questo figlio non avrebbe scampo, ma noi conosciamo un Dio ben diverso, un Dio di misericordia che guarda il figlio attraverso il cuore che non ha mai cessato di amarlo.

E che cosa fa? Gli va incontro correndo e lo abbraccia. Perché questo figlio era perduto ed è tornato in vita. Il padre gli consegna l’anello, simbolo della riaggregazione a quella casa che il figlio aveva abbandonato, ma che ora lo riaccoglie non in un modo diverso ma sempre con la dignità che gli è dovuta.

Ovviamente il fratello buono, quello che è rimasto sempre fedele, rimane fermo alla giustizia e non comprende che si faccia una festa fuori dalla norma. Il suo cuore ancora si deve aprire a vivere il concetto e la dimensione alta della misericordia. E il padre glielo ricorda. 

Noi, che siamo qui oggi sfidando le intemperie, siamo parte nella Chiesa, di un cammino che deve vederci tutti uniti nella forza della comune testimonianza ed abbiamo un obiettivo: la terra di Gesù, la Terra Santa.

Abbiamo una forza derivante da quell’atto che nessuno deve mai dimenticare, quella sera quando il Gran Maestro ponendo la croce sulle nostre spalle ha creato di noi uomini e donne, cavalieri e dame con una missione, la missione di testimoniare l’amore misericordioso di Dio attraverso la forza della nostra testimonianza. Ed allora questa testimonianza deve passare attraverso tre elementi.

Il primo: essere di esempio gli uni verso gli altri. L’esempio è ciò che conta, tutto il resto è in più. L’esempio è ciò che attira verso il comune ideale. Noi portiamo delle insegne che sono insegne che distinguono, che hanno dentro di loro una storia, un valore, una dignità. Noi dobbiamo dare il buon esempio perché chi vede tutto questo possa essere attratto verso la bellezza di questa famiglia.

Secondo: noi dobbiamo onorare questo nostro appartenere attraverso una vita di preghiera e di carità. A questo ci siamo impegnati. La celebrazione eucaristica è il nostro incontro personale con Dio, con Gesù Cristo nostro Signore, nell’unità dello Spirito Santo. Non possiamo mai banalizzarla, sottovalutarla. La celebrazione eucaristica è il culmine, l’apice di tutta la preghiera cristiana. 

Terzo: noi dobbiamo essere uomini e donne in cammino. Nessuno di noi è perfetto ma tutti noi siamo chiamati alla santità, viviamo questa dimensione attraverso l’incontro con la penitenza, con il sacramento dell’amore di Dio che perdona e così ci prepareremo ad una Pasqua veramente cristiana e rinnovati nel cuore potremo dire a Dio il nostro grazie.

Cominciamo un cammino ed andiamo avanti nella fiducia e nella speranza.  

Dopo la Santa Messa il Delegato ha ringraziato i partecipanti all’incontro e, dopo la consueta foto, ha invitato i partecipanti a proseguire l’incontro con la visita guidata.
 
La Dottoressa Susanna Falabella, con la nota pregevole proprietà di linguaggio, ha avviato l’illustrazione storica ed artistica della Basilica di Sant’Andrea della Valle partendo dal Palazzo della Cancelleria.
 
Poco più di cinque secoli fa, in questa porzione del Rione Parione, si concludeva il più impegnativo cantiere della Roma rinascimentale con la realizzazione, per volontà del Cardinale titolare di San Lorenzo in Damaso, Raffaele Riario, di un monumentale palazzo: dominante l’edilizia minuta circostante, avrebbe nascosto alla vista proprio la Chiesa di San Lorenzo in Damaso, che di quel Palazzo era il presupposto materiale e concettuale. 
 
A quell’epoca, la Basilica di Sant’Andrea della Valle doveva ancora vedere la luce. A breve distanza dalla spettacolare dimora del Riario - già dal 1517 destinata però a ospitare gli uffici della Cancelleria Apostolica (qui rimasti fino al 1973) - quasi in corrispondenza dell’attuale Piazza Sant’Andrea della Valle, era una Piazza “di Siena”, derivante il suo nome dalla residenza di Francesco Todeschini Piccolomini, futuro Papa Pio III (1503) e, su quella, prospettava una chiesina dedicata a San Sebastiano, eretta sul luogo in cui la tradizione fissava il ritrovamento del corpo del martire da parte della matrona Lucina.
 
Furono, a fine Cinquecento, le volontà di una Piccolomini e la politica urbanistica del pontefice Sisto V (1585-1590) a determinare denominazioni nuove e una nuova area di culto: Costanza Piccolomini d’Aragona, marchesa di Celano e duchessa di Amalfi, con testamento del 20 giugno 1582, destinava la sua proprietà in Piazza di Siena all’ordine dei Chierici Regolari (i Teatini), imponendo loro di erigere una Chiesa intitolata a Sant’Andrea, protettore di Amalfi; poco più tardi, il nuovo Pontefice stabiliva l’allargamento della via papalis decretando la demolizione del Palazzo Piccolomini, della piccola San Sebastiano e delle case adiacenti. 
 
Il 12 marzo 1591 il Cardinale Alfonso Gesualdo posava la prima pietra del nuovo tempio la cui costruzione sarebbe proceduta fino alla metà del secolo successivo con l’avvicendamento di architetti diversi: a Pietro Paolo Olivieri, morto nel 1599, subentrò Francesco Grimaldi, presto affiancato da Giacomo della Porta; quindi, con il Cardinale Alessandro Peretti Montalto, nuovo finanziatore alla morte del Gesualdo, la direzione dei lavori passò a Carlo Maderno. Fu a quest’ultimo che spettò l’ardua impresa di conclusione con un compromesso che salvaguardasse le richieste dei Teatini e l’adesione al modello della Chiesa della Controriforma fissato dal precedente normativo del Santissimo Nome di Gesù. La Basilica – che assunse il nome completo dal Palazzo antistante del Cardinale Andrea della Valle - risultò pertanto sviluppata su una pianta a croce latina a navata unica, fiancheggiata da tre cappelle per lato intercomunicanti; dotata di transetto poco sporgente e con copertura a volta nella navata; coronata da una maestosa cupola di 16 metri di diametro (seconda per grandezza, dopo la vaticana, tra quelle delle chiese storiche della città), per l’edificazione della quale Maderno si avvalse del prezioso contributo di un giovane ma già stimatissimo Francesco Borromini. 
 
Solennemente consacrata il 4 settembre 1650 dal Cardinale Francesco Peretti Montalto (nipote del defunto Alessandro), la Basilica era ancora priva della facciata, realizzata però entro il 1665 su progetto di Carlo Rainaldi e con la partecipazione, per gli arredi scultorei, di Domenico Guidi, Ercole Ferrata e Giacomo Antonio Fancelli. 
 
A quella data, la più preziosa veste decorativa interna era già stata tessuta: non solo negli arredi di alcune delle più prestigiose cappelle laterali (la Strozzi, su progetto di Michelangelo, e la Barberini, destinata nel tempo a guadagnarsi maggior fama poiché ambientazione del primo atto della Tosca di Puccini) ma, soprattutto, negli interventi pittorici qualificanti il privilegiato cuore liturgico dell’edificio. All’incrocio della navata con il transetto, dove si innalza la cupola maderniana, una vertiginosa Gloria del Paradiso affrescata da Giovanni Lanfranco dal 1626 al 1628, con il suo vorticoso moto di figure, colori e luce, accompagna la Vergine Maria Assunta in cielo e rapisce il fedele nella contemplazione del primo manifesto di illusionismo barocco, emozionalmente vincente sul classicismo razionale e intellettuale del contemporaneo Domenichino, autore degli affreschi dei pennacchi (con gli Evangelisti) e della calotta absidale (con Storie di sant’Andrea), e su quelli, più tardi, di Mattia Preti, chiamato, intorno al 1650, a eseguire storie del santo titolare sulla parete absidale. 
 
La giornata si è conclusa all’interno dei locali della Basilica di San Lorenzo in Damaso dove, con l’abituale allegria ed amicizia, si è svolta la conviviale.

22 febbraio 2025

Basilica di San Pietro in Vincoli

Il secondo incontro dell’anno della Delegazione Locale Roma San Marco si è svolto sabato 22 febbraio 2025 presso la Basilica di San Pietro in Vincoli.
 
L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore Commendatore Monsignor Silvano Rossi, ha visto la gradita presenza del Preside della Sezione Roma, del Parroco della Chiesa di San Salvatore in Lauro e di un cospicuo numero di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno voluto condividere alcune ore confermando la consueta atmosfera di serena amicizia.
 
La giornata è iniziata nella Cappella dell’Immacolata Concezione con la Santa Messa presieduta da Monsignor Pietro Bongiovanni e concelebrata da Monsignor Silvano Rossi. 
 
Si riporta la sintesi dell’Omelia di Monsignor Silvano Rossi.

Monsignor Rossi avvia l’omelia chiedendo cosa risponderemmo qualora questa mattina fossimo davanti Gesù e Lui ci chiedesse “voi chi dite che Io sia?”.

Come battezzati siamo invitati a trasmettere l’amore che Gesù ci ha lasciato attraverso le Sue vita, parola, morte e resurrezione e, in particolare, come Cavalieri e Dame del Santo Sepolcro siamo chiamati a testimoniarlo nell’amore e nella carità per tutte le creature, soprattutto per quelle che sono nella terra in cui Lui ha vissuto e che Gli ha dato la morte. Ma, nonostante questo, Cristo ha amato la Sua terra e scendendo dal monte degli ulivi pianse guardando Gerusalemme e dicendo che non ne sarebbe rimasta pietra su pietra. La profezia di Gesù si è avverata nei tempi e continua ad avverarsi anche nei nostri giorni perché l’uomo non attua la pace e la bontà verso i propri fratelli ma, al contrario, spesso ci si trova ad essere tutti contro tutti.

Monsignor Rossi afferma che Gesù, nel momento della sua vocazione, è diventato il suo tutto e col trascorrere del tempo Lui lo ha sempre cercato, così come si fa con chi si ama veramente, ha sempre cercato di comunicare il Suo amore, la Sua grazia e la Sua misericordia. E così farà anche nella sua vecchiaia, sarà il suo bastone e lo condurrà dove forse non vorrà ma lo farà per il suo bene.

E, quindi, tutti noi alla domanda possiamo rispondere, come Pietro, che Gesù è il figlio di Dio, del Dio vivente. E’ colui che si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo per noi e per la nostra salvezza.

Pietro è la testimonianza dell’amore infinito che un uomo può dare al suo Dio, ma Pietro è anche un uomo fragile che sarà pronto a rinnegarlo nel momento stesso in cui avrà paura di essere ucciso. Però Pietro è anche colui che si accorge di aver sbagliato e che, come ci dice il Vangelo, uscì fuori e pianse amaramente. 

Oggi festeggiamo la fedeltà di Pietro, l’amore di Pietro per Cristo e festeggiamo anche le parole che Cristo ha detto a Pietro: tu sei Pietro e nonostante i tuoi peccati, i tuoi tradimenti, tu sei la roccia su cui Io fonderò la Mia Chiesa. La cattedra di Pietro siamo abituati a vederla a San Pietro ma non è quella la cattedra di Pietro. Quella è un’immagine, la cattedra di Pietro è Pietro stesso. Oggi è quella persona ammalata al Policlinico Gemelli e che per l’elezione dei suoi fratelli è stato fatto Pietro. Pietro è inamovibile fino al momento stesso in cui Dio lo chiamerà. Fino a quel momento noi dobbiamo rivolgerci a lui perché è lui la luce, la nostra speranza che ci porta verso Dio.
La Chiesa senza Pietro non è Chiesa, è un gregge di pecore che saranno disperse. Chiediamoci se ci sentiamo di credere in Gesù ed in quello che lui ci ha mandato: in Pietro. Nel Pietro che noi vediamo, nel Pietro che noi ascoltiamo, nel Pietro che ci conferma nella fede. E se la risposta è sì allora preghiamo per noi e preghiamo per lui affinché la Chiesa sia un solo gregge, come la preghiera di Giovanni XXIII prima del Concilio Vaticano II, perché la Chiesa sia un solo gregge sotto un unico pastore. Non abbiamo timore, se Cristo è con noi chi sarà contro di noi.

Dopo la Santa Messa il Delegato ed il Priore hanno ringraziato i partecipanti all’incontro ed il Delegato ha invitato tutti a partecipare, per un motivo in più, al prossimo incontro della Delegazione programmato per sabato 22 marzo.
 
A seguire, accompagnati dalle preziose illustrazioni storiche ed artistiche della Dottoressa Susanna Falabella descritte con la consueta raffinata proprietà di linguaggio, ha avuto corso la visita guidata della Basilica.
 
San Pietro in Vincoli, custode di preziose memorie della storia della devozione e dell’arte, si innalza su una delle tre alture dell’Esquilino, il Fagutal.

È una Basilica di antichissima origine, come informano le epigrafi altomedioevali (perdute, ma note da trascrizioni), le analisi delle murature e le indagini di scavo: con il titolo di “Basilica Apostolorum” sorgeva certamente entro la fine del IV secolo su preesistenti domus (riferibili, nella fase più remota di insediamento, al III secolo a.C., ma poi soggette a significative trasformazioni nel procedere dalla prima alla media e tarda età imperiale).

Le dimensioni ambiziose, una facciata aperta in cinque arcate e una pianta in tre navate con ampia abside ma senza transetto, determinarono una fragilità di quel primo edificio tale da sollecitarne l’immediata ricostruzione con opportune modifiche (inserzione del transetto, tamponature delle arcate) già entro la prima metà del V secolo, regnante il Papa Sisto III (432-440) e con il finanziamento dell’imperatore d’Oriente Teodosio II e di sua moglie Elia Eudossia, sostegno poi garantito da Licinia Eudossa, figlia della coppia. Il nome “titolo di Eudossia” o “Basilica Eudossiana”, si affacciò conseguentemente presto nelle fonti scritte ma iniziò ad alternarsi a quello dei “vincoli di San Pietro” destinato a rimanere esclusivo e ufficializzato quando Ildebrando di Soana, nel 1073, in questa basilica veniva eletto pontefice assumendo il nome di Gregorio VII (1073-1085).
 
Le venerate catene lì custodite – e che oggi si contemplano sotto l’altare maggiore - sono quelle che la pia devozione associava alle prigionie patite dal principe degli apostoli a Gerusalemme (regalate a Licinia Eudossia dal patriarca gerosolimitano Giovenale, e da lei a sua volta donate a Papa Leone Magno) e a Roma (recuperate, già nel II secolo, da Balbina, figlia del prefetto Ermete, in un’area presumibilmente prossima a dove sorgerà la chiesa poiché coincidente con quella della Prefettura Urbana), prodigiosamente saldatesi insieme quando accostate l’una all’altra.
 
Nel corso dei secoli, sarebbe stata proprio la costante attenzione a dar degna dimora ai vincoli di San Pietro, la causa dei molteplici interventi di arredo e di restauro che avrebbero conferito alla chiesa la sua veste attuale: dall’altare delle catene voluto dal cardinale Nicola Cusano (Nikolaus Krebs), titolare della basilica dal 1448 al 1464 (altare del quale sopravvivono solo alcune porzioni montate sulla parete sinistra della navata), alla ristrutturazione della cripta e dell’altare maggiore, attuata a partire dal 1875 su progetto di Virginio Vespignani, passando per il più imponente e celebrato monumento michelangiolesco posto sulla testata destra del transetto, dove è un celeberrimo Mosè “vincolato”, anch’esso, a un dialogo con il culto delle reliquie, stante una più completa e aggiornata lettura degli eventi che condussero alla sua presenza in questo particolare contesto: già ipotizzato come semplice comprimario in una colossale tomba progettata nel marzo 1505 per il papa Giulio II della Rovere (1503-1513) - che si sarebbe dovuta innalzare maestosa con un arredo di oltre 40 statue al centro di una nuova Basilica di San Pietro - il Mosè diventò il protagonista d’eccellenza di un cenotafio, assai più ridotto e semplificato, definitosi solo 45 anni dopo, in un’altra Basilica (comunque significativa per gli eredi rovereschi causa i pregressi titoli cardinalizi), espressivo di una rinnovata, tormentata spiritualità di Michelangelo nel clima inquieto della Chiesa della Controriforma. 

La giornata è proseguita in una trattoria del Rione Monti dove si è svolta la conviviale arricchita dal clima di particolare allegria ed amicizia sempre rinnovato da confermate e nuove simpatie tra Consorelle e Confratelli.

25 gennaio 2025

Basilica di Santa Maria sopra Minerva

Sabato 25 gennaio 2025 si è svolto il primo incontro dell’anno della Delegazione Locale Roma San Marco – durante il quale sono stati festeggiati la nomina a Priore della Sezione Roma ed il 46° Anniversario di Ordinazione Sacerdotale del Priore Monsignor Silvano Rossi – presso la stupenda Basilica di Santa Maria sopra Minerva.
 
L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore Commendatore Monsignor Silvano Rossi, ha visto la gradita presenza del Preside della Sezione Roma e di un considerevole numero di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno voluto trascorrere insieme alcune ore confermando un’atmosfera di sincera e serena fratellanza.
 
Dopo il ringraziamento ai partecipanti da parte del Delegato e del Priore, la Dottoressa Susanna Falabella ha dato inizio, con la consueta raffinata proprietà di linguaggio e le sue preziose competenze, all’illustrazione di un gioiello del rione Pigna, a un passo dal Pantheon, con la sua monumentale e inconfondibile facciata a terminazione rettilinea, così atipica per il panorama urbano: la Basilica di Santa Maria sopra Minerva, tempio domenicano custode di preziose memorie della storia dell’ordine e di una storia dell’arte che a quell’ordine tributò i suoi omaggi nel corso dei secoli.
 
La titolazione della chiesa è indicativa di un passato notoriamente pagano vissuto da quest’area del Campo Marzio con, fra gli altri, gli edifici di culto dedicati a Iside e Serapide, per i quali si fece giungere dall’Egitto il piccolo obelisco in granito rosso (VI secolo a.C.) che, a distanza di secoli, sarebbe stato montato nella piazza della basilica in una ingegnosa soluzione ideata da Gian Lorenzo Bernini e realizzata da Ercole Ferrata: sul dorso di un elefantino marmoreo, accompagnato dall’iscrizione celebrativa della sapienza di un’allora Pontefice Alessandro VII (1655-67).
 
Un ulteriore tempio dedicato a Minerva, costruito da Pompeo e poi ricostruito da Domiziano, sorgeva nelle adiacenze dell’attuale piazza del Collegio Romano, in prossimità tale da giustificare le denominazioni “de Minerva” o “in Minerva” o “sopra Minerva” riferite a una piccola chiesa di Santa Maria attestata nel luogo dell’attuale già nell’VIII secolo e da quell’epoca affidata, per volontà di papa Zaccaria (741-752), alla custodia delle monache basiliane.
 
Solo nel 1272, Aldobrandino Cavalcanti, vicario del Papa Gregorio X (1271-1276), donava quella chiesa ai frati predicatori, gettando le premesse per la costruzione di un nuovo monumentale edificio con annesso convento: i lavori, avviati nel 1280 – su progetto, si ritiene, degli stessi fra Sisto e fra Ristoro responsabili di Santa Maria Novella in Firenze – sarebbero proceduti con lentezza, incoraggiati da donazioni intermittenti (del pontefice Bonifacio VIII e di nobili cittadini) e conseguendo un risultato “ibrido” in pianta e in alzato: un edificio a tre navate (dalle cui laterali si aprono cappelline semicircolari) e transetto, terminante in un coro profondo fiancheggiato da cappelle laterali, ritmato da pilastri polistili a sostenere, inizialmente, un tetto a capriate nelle navate e a volta in muratura nel transetto. 
 
L’assetto definitivo della Basilica è però risultato di due importanti, successive fasi di intervento: a metà XV secolo, quando il sistema di copertura a volta veniva esteso all’intero corpo delle navate; e tra il 1857 e il 1855, quando un programma di nostalgico recupero del Medioevo ispirava, con un’aperta falsificazione storica, ben più pesanti soluzioni strutturali e decorative. 
 
Nella penombra generale che ora avvolge l’interno, si possono facilmente individuare, tuttavia, mete speciali per un percorso di fede e di contemplazione della bellezza: la Cappella dell’Annunziata sulla navata destra, memoria dell’omonima confraternita istituita nel 1460 da Giovanni Torquemada per dotare le fanciulle povere, ricca della sua pala a fondo oro, opera di Antoniazzo Romano; la spettacolare Cappella Carafa, sulla testata destra del transetto. dedicata all’Assunzione di Maria e a San Tommaso d’Aquino, sublime omaggio all’ordine domenicano trionfante sull’eresia, affrescata da uno straordinario Filippino Lippi tra 1488 e 1493; la pietra tombale del pittore domenicano Beato Angelico (morto nel convento nel 1455, beatificato nel 1982 e dal 1984 patrono degli artisti), a sinistra della cappella del coro; appena antistante il presbiterio, sulla sinistra, la scultura del Cristo portacroce, sfortunata seconda versione di un’opera che Michelangelo iniziò per Metello Vari nel 1521 ma poi lasciò concludere a Pietro Urbano; e, non da ultimo, l’altare maggiore che, nella nuova sistemazione ottocentesca di Giuseppe Fontana e Francesco Podesti, ospita le spoglie mortali di Santa Caterina da Siena, reimpiegando parte del quattrocentesco monumento funebre a parete, già collocato nell’adiacente cappella Capranica.
 
Al termine dell’illustrazione è stata presieduta da Monsignor Silvano Rossi la Santa Messa.  Si riporta la sintesi dell’Omelia.

Monsignor Silvano Rossi inizia la sua omelia ricordando che oggi ricorre la conversione di San Paolo, di colui che da persecutore diventa l’Apostolo di Cristo, colui che porterà la fede nel mondo. 

Prosegue sottolineando come una delle più belle frasi di San Paolo è quella in cui dice che noi siamo creature nuove in Cristo perché con Lui siamo nati, siamo morti, siamo stati sepolti e nel Suo sangue, col Suo sangue, ognuno di noi è stato lavato ed è risorto diventando così figlio di Dio. Ecco, dunque, il persecutore che diventa testimone di fede.

Aggiunge poi che ciascuno di noi nei momenti di disperazione può anche arrivare a negare l’esistenza di quel Dio che ci ha amato e ci ha creato, ma proprio in quei momenti dobbiamo ricercare dentro di noi il pensiero che Egli ci ha creato affinché fossimo Suoi figli e Suoi testimoni in tutto il mondo, nonostante i nostri peccati. In questo modo, se come San Paolo, ci rivolgeremo all’amore misericordioso di Dio ritorneremo ad essere Suoi testimoni nell’amore mettendo in pratica quello che abbiamo letto nell’odierno salmo responsoriale (“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo”) e testimoniando così la volontà del Signore.

Conclude il primo pensiero sottolineando che noi apparteniamo ad un Ordine di Santa Romana Chiesa al servizio del Papa per i fratelli più bisognosi, nello specifico per i fratelli che vivono nella terra di Gesù, e come Cavalieri e Dame, al di là del nostro mantello e delle nostre insegne, dobbiamo pensare a qual è la nostra testimonianza nella vita quotidiana.

Monsignor Rossi passa poi ad un secondo pensiero prendendo spunto da una lapide collocata nell’attiguo palazzo dei domenicani, su questa lapide due cani tengono in bocca una torcia ed è incisa la frase “domini canes”, cani del Signore. Due simbolismi: la fedeltà, il cane ne è l’eccellenza, con cui il Domenicano nel suo servizio è la persona che si dedica a Dio, che ne predica e ne mette in pratica la parola; la torcia è la fede. Anche noi dovremmo avere nella nostra vita fedeltà e fede per il Signore che ci vuole uomini capaci di vivere fino in fondo, di combattere, di agire e di testimoniare.

Monsignor Rossi prosegue sottolineando che i Domenicani hanno un amore profondo per la Madonna ed il loro più grande rappresentante pittorico, il beato angelico, ha vicino alla sua tomba una bellissima icona dipinta da lui. Maria è la persona che ci è più vicino. Maria, pur essendo nata senza peccato per volere dell’Altissimo, è stata chiamata a dire il suo sì per divenire la madre del Signore. 

In conclusione ciascuno di noi è nato per essere una creatura con un periodo di vita per poi tornare ad essere terra ma quell’amore, quello spirito di Dio che continua a vivere in noi senza finire è il mezzo con cui torneremo in Dio.

Se non Lo abbiamo amato per una vita non potremo in quel momento amarLo per l’eternità ma se avremo tentato di amarLo allora sarà veramente una festa stare con Lui e ci sentiremo dire “venite benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno promesso”.

 La giornata si è conclusa in una vicina storica trattoria dove, nel consueto clima di particolare allegria ed amicizia, si è svolta la conviviale conclusasi rinnovando il graditissimo “rito” della firma da parte dei partecipanti del calendario 2025 della Luogotenenza per l’Italia Centrale. 

L’ultimo incontro dell’anno 2024 della Delegazione Locale Roma San Marco si è svolto sabato 23 novembre nella meravigliosa Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.
 
L’incontro organizzato dal Delegato, Cavaliere di Gran Croce Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore Commendatore Monsignor Silvano Rossi, ha visto la gradita presenza del Cancelliere della Luogotenenza per l’Italia Centrale, del Preside della Sezione Roma, del Parroco della Chiesa di San Salvatore in Lauro e di un considerevole numero di Cavalieri e Dame della Delegazione che hanno voluto condividere alcune ore confermando l’atmosfera di serena amicizia.
 
La giornata è iniziata nella Cappella Paolina, che custodisce la più importante icona mariana - Salus Populi Romani – attribuita secondo la tradizione a San Luca Evangelista, con la Santa Messa presieduta da Monsignor Silvano Rossi e concelebrata da Monsignor Pietro Bongiovanni e da Monsignor Michael Kahle, Canonico della Basilica Papale. 
 
Monsignor Silvano Rossi nell’Omelia odierna, di cui si riporta la sintesi, ha inteso lasciarci tre pensieri.

Il primo pensiero è riferito a questo luogo: siamo a casa di Maria, colei che Cristo ci ha affidato come madre. Gesù morendo sulla croce ha affidato Lei a Giovanni, ma poi ha affidato Giovanni, che rappresentava tutta l’umanità, a Lei. Maria, come madre, non ci delude, ci aspetta sempre anche quando noi siamo lontani, anche quando noi non vorremmo che Lei entrasse nella nostra vita. Una madre che ci aspetta con amore per consolarci quando siamo nel dolore. Ricordiamocelo ogni giorno, non soltanto nelle nostre preghiere, ma anche durante la nostra giornata e testimoniamolo con le nostre azioni. Recitiamo tutti i giorni almeno un’ave maria, perché nell’ave maria chiediamo a Lei di pregare per noi “adesso e nell’ora della nostra morte”. Ecco uscendo da questa chiesa ciascuno di noi porti nel cuore questo amore, che deve essere un amore profondo. Maria non ha mai amato per interesse, ha amato per fare la volontà di Dio.

Il secondo pensiero riguarda il prossimo anno che sarà l’anno del Giubileo, in cui ciascuno di noi deve sentirsi unito a Dio e deve sentirsi ancora più unito a tutti i fratelli. Dio è nel nostro cuore con il suo spirito ma i fratelli sono accanto a noi ed ogni giorno hanno bisogno del nostro aiuto. Domani nella Solennità di Cristo Re dell’universo sentiamoci interpellati, ciascuno di noi senta la domanda di Dio: Vuoi essere mio figlio? Vuoi essere colui che trasmette ai fratelli questo amore infinito che il Padre ha avuto verso di noi dandoci suo Figlio? Quando Pilato chiese a Gesù “Dunque tu sei re?” Gesù gli risponde “Tu lo dici: io sono re.” ed inoltre “Il mio regno non è di questo mondo”. E il re ci ha trasmesso il Suo programma quando, l’ultima sera, dopo aver cenato, lavò i piedi ai suoi discepoli e poi disse loro “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli uni gli altri”. 

Penso che non ci sia programma migliore per noi Dame e Cavalieri soprattutto in questo momento in cui la guerra in Terra Santa, ma non solo, sta portando tanto dolore ed odio in quella terra in cui Gesù è nato e vissuto con Sua madre Maria. Ed allora preghiamo Maria. Maria è sì la salvezza del popolo romano, ma è anche la salvezza del mondo intero. Noi Dame e Cavalieri l’abbiamo festeggiata poco tempo fa come Regina e Signora della Palestina. Maria non è soltanto la Regina della Palestina è la Regina del mondo, invochiamola dunque questa mattina, stando davanti a Lei. Chiediamole di aiutarci ad essere fedeli al mandato del Suo Figlio nell’amore verso gli altri e verso il Padre e ad insegnarci ad essere strumenti di pace e di amore.

Il terzo pensiero è riferito a noi: cerchiamo di essere Dame e Cavalieri veramente. Dame e Cavalieri dentro, non perché portiamo questo mantello, ma perché abbiamo nel cuore quello che ci è stato trasmesso durante il rito della nostra Investitura. Un rito che abbiamo iniziato qui a Santa Maria Maggiore e che finiamo a San Giovanni in Laterano. Iniziamo dalla Madre ed andiamo dal Figlio, questa è la Basilica della Madre, l’altra è la Basilica del Santissimo Salvatore. Portiamo nel cuore l’amore della Madre e portiamo nel cuore quello che il Figlio ci ha lasciato.

Successivamente ha avuto inizio l’intervento della Dottoressa Susanna Falabella che ha illustrato, con la consueta raffinata proprietà di linguaggio e le approfondite competenze, la straordinaria Basilica Papale.
 
Un campanile di 75 metri, il più alto di Roma, segnala, anche da molta distanza, una meta privilegiata di pellegrinaggio: un tempio mariano d’eccellenza si staglia sull’Esquilino con la sua imponente mole e la sua preziosa stratificata veste decorativa che raccontano una storia speciale di fede e devozione.
 
Santa Maria Maggiore è la Basilica che la Chiesa delle origini eresse con l’esplicita intenzione di venerare la Vergine Maria a un anno di distanza dal concilio di Efeso del 431, in cui fu proclamato il dogma della Sua divina maternità.

Il primo edificio, voluta da Papa Sisto III (432-440) con impianto basilicale a tre navate e senza transetto, veniva, nell’immediato, dotato di una decorazione a mosaico (distribuita sulle pareti della navata centrale e sull’arcata absidale) quasi integralmente conservatasi: eccezionale per estensione e presupposti intellettuali che ne sostanziano il programma illustrativo della rivelazione della salvezza che, dalle storie dei patriarchi, tende a Cristo attraverso Maria.
 
In quella Basilica tardo antica, inondata di luce per un numero di finestre doppio rispetto a quello attuale e presenti in numero di 5 anche sulla parete absidale, venivano accolte, al tempo del Papa di origine palestinese Teodoro (642-649), le reliquie della Sacra Grotta di Betlemme.
Sei secoli più tardi, per offrire ad esse una più degna custodia, il primo Papa francescano della storia, Niccolò IV (1288-1292), incaricava l’architetto e scultore Arnolfo di Cambio di realizzare un oratorio con la prima rappresentazione plastica del Presepe: sopravvissuto solo parzialmente in conseguenza dei molteplici spostamenti cui sarebbe andato incontro nel tempo, in parallelo al progressivo aggiornamento della struttura ecclesiale.
Già con Papa Niccolò IV, infatti, la Basilica veniva dotata di un transetto e, conseguentemente, di una nuova abside per la quale Jacopo Torriti eseguiva i magnifici mosaici con l’Incoronazione di Maria e le sottostanti scene mariane.
Di poco successiva la decorazione, ancora a mosaico, che Filippo Rusuti realizzava nella parte superiore della facciata, a ricordo del miracolo della neve verificatosi nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 358 e che, stante una tesi non supportata dalle indagini di scavo, ricondurrebbe la prima fondazione a Papa Liberio (352-366).

A questi interventi molti altri ne seguiranno (nuovi sistemi di copertura delle navate a fine XV secolo; un ciclo ad affresco dedicato a Maria sulle pareti della navata centrale sullo scorcio del XVI secolo; l’apertura di nuove cappelle – la Sistina, la Cesi, la Sforza e la Paolina, che accoglie l’antica icona Salus Populi Romani), prima di una radicale ristrutturazione settecentesca di Ferdinando Fuga (che doterà la basilica di una nuova facciata con loggia) e dell’accoglienza di due più moderni arredi che attualizzano, e personalizzano, la centralità di questo luogo di preghiera nella storia dell’umanità fedele: la scultura Maria Regina Pacis di Guido Galli (1918), voluta da papa Benedetto XV (1914-1922) e la Porta Santa di Luigi Enzo Mattei benedetta l’8 dicembre 2001 da San Giovanni Paolo II.

La giornata si è conclusa in una vicina trattoria dove, nel consueto clima di straordinaria amicizia, si è svolta la conviviale conclusasi rinnovando il graditissimo “rito” della firma, da parte dei partecipanti, del calendario 2025 della Luogotenenza per l’Italia Centrale. 

Il primo incontro, dopo la pausa estiva, della Delegazione Locale San Marco si è svolto sabato 12 ottobre presso la Chiesa di San Silvestro al Quirinale dove siamo stati accolti amabilmente dal Rettore Padre Hugo Sosa, Missionario Vincenziano.

L’incontro organizzato dal Delegato, Grand’Ufficiale Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore Commendatore Monsignor Silvano Rossi, ha visto la gradita presenza di numerosi Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno voluto condividere alcune ore di crescita spirituale, culturale e di serena fratellanza.

Dopo il ringraziamento ai partecipanti da parte del Delegato e del Priore, la Dottoressa Susanna Falabella, con il suo elegante stile e le sue accurate conoscenze, ha iniziato ad accompagnarci nella scoperta di questa Chiesa.
 
San Silvestro al Quirinale, affidata dal 1814 alla custodia dei Padri Missionari di San Vincenzo de’ Paoli, non è certamente tra le meglio conosciute e valorizzate della città: sul tracciato di via Ventiquattro Maggio la sua visibilità è penalizzata dalla presenza di più imponenti architetture, antiche e moderne, che si stagliano sulla sommità e alle pendici del colle, e da una facciata oltremodo discreta e certamente fuorviante perché non corrispondente al reale ingresso dell’edificio ma che rimane indizio di una storia a dir poco avventurosa. 
 
Essa affonda le sue radici in epoca alto medioevale, quando è attestato un luogo di culto dedicato a papa Silvestro (314-335), sorto a breve distanza dalle terme di Costantino e dove, secondo una tradizione leggendaria, sarebbe avvenuto il battesimo dell’imperatore. Questo primo edificio fu interamente ricostruito a partire dal 1524, quando il pontefice Giulio II (1503-1513) lo assegnò ai domenicani del convento di San Marco a Firenze, nella figura del priore fra’ Mariano Fetti. 
 
La decorazione però, all’epoca solo appena avviata, sarebbe stata completata a partire dalla seconda metà del XVI secolo, quando il papa Paolo IV (1555-1559), con lo spostamento dei domenicani a Santa Maria sopra Minerva, decise l’affidamento della chiesa alla neonata congregazione dei Chierici Regolari (i Teatini). In quell’occasione vennero operati alcuni importanti interventi di ampliamento (cappella Bandini sulla testata sinistra del transetto, nuovo coro) e di riqualificazione estetica. A fine XIX secolo però, a causa della regolarizzazione viaria di una nuova Roma capitale, si decisero un ampliamento e un abbassamento stradale di 9 metri che determinarono, diretti da Andrea Busiri Vici, l’amputazione della parte anteriore della navata, la perdita di due cappelle e la creazione di una nuova facciata. 
 
L’accesso, ora possibile attraverso una scala moderna, introduce a una realtà totalmente inattesa e di sorprendente ricchezza. L’interno a croce latina, a navata unica, con due cappelle per lato e profondo presbiterio, è infatti generoso di dipinti, decorazioni ad affresco e in stucco, arredi marmorei e un prezioso soffitto ligneo, firmati dai grandi nomi dell’architettura e dell’arte del XVI e XVII secolo (Flaminio Boulanger, Polidoro da Caravaggio, Maturino da Firenze, Ottaviano Mascherino, Domenichino, Alessandro Algardi …) in decenni cruciali della storia della Controriforma; mentre l’altrettanto inaspettata e suggestiva terrazza, su cui prospetta la facciata dell’antico oratorio cimiteriale, consente di rievocare la memoria delle conversazioni spirituali che, qui, annodarono strettamente il legame di Michelangelo alla pia poetessa e marchesa di Pescara Vittoria Colonna.
 
Al termine è stata presieduta da Monsignor Silvano Rossi la Santa Messa. Si riporta la sintesi dell’Omelia.

Monsignor Silvano Rossi, evidenziando l’approssimarsi della fine dell’anno liturgico, ha sottolineato che questo è il tempo in cui si traggono le conclusioni ed in cui si deve saper guardare dentro di noi per capire quello che possiamo dare a Dio. Dare a Dio è sempre un rendimento di grazie che ciascuno di noi, come battezzato, deve fare. 

La lettera di San Paolo è molto dura, ci parla dell'Antico Testamento dove le regole di ogni giorno erano quasi insopportabili. Ma, come ci dice Gesù, non è la regola che compone la vita bensì è l'amore, è la fede. Fede e amore sono una cosa unica.  

Noi dobbiamo vivere con Gesù, in Gesù e per Gesù. Come diremo tra poco, quando offriremo a Dio il grande mistero che Lui ci ha lasciato: il corpo e il sangue del Signore. Ed è in quel momento che noi dovremmo unirci a Lui e ciascuno di noi dovrà trovare la capacità di dire al Signore: io sono qui ed accetto quello che tu vuoi darmi. 

Ciascuno di noi è libero di rispondere al Signore come meglio desidera. Dio non ci obbliga mai a fare qualunque cosa. Dio ci dice sempre, se vuoi puoi farlo, se vuoi vieni e seguimi, non dice: vieni! E’ il nostro libero arbitrio, siamo noi che decidiamo. Lui ci dà delle regole che possiamo seguire o meno. Ci dice “Vi lascio un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” e ci lascia un altro comandamento che riassume tutti gli altri comandamenti “Ama Dio sopra ogni cosa ed ama il prossimo come te stesso” in questo sta tutta la legge e tutti i profeti. Però ci lascia liberi.

Cristo è l’uomo nuovo ed essendo con Lui resuscitati per essere creature nuove e fratelli Suoi, ciascuno di noi è rivestito di questo uomo, che è l’uomo Dio, e che ha il potere di sconfiggere il peccato ed anche l’ultimo peccato: la morte. E ciascun uomo, nella resurrezione di Cristo, diventa capace di sconfiggere la morte. Ma ci sono sempre un se ed un ma: il se è capire se veramente Cristo abita dentro di noi ed il ma è capire se facciamo quello che Cristo ci ha suggerito nell’amore, nella pietà e nella misericordia.

Nel Vangelo di oggi abbiamo ascoltato “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”.  Non si osserva con gli occhi, si osserva col cuore. Osservare vuol dire non guardare, ma mettere in pratica. Dio ci chiede di sapere accettare quello che Pio XII chiamava il “terribile quotidiano”, quel vivere che è davvero terribile se non lo passiamo a parlare, ad accettare, a vivere, anche soltanto a fare un segno di croce ed a far capire quelli che stanno intorno a noi che noi all'interno abbiamo la nostra fede.

Non disperate mai, Gesù ci dice “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Noi possiamo dire un mare di parole che, dice San Paolo, sono come le campane che suonano e che disperdono il loro suono al vento. Ma la parola di Cristo è eterna. La parola di Cristo è una realtà che passa di giorno in giorno, passa in bocca in bocca, passa di cuore in cuore. Cerchiamo di avere tanta fiducia in Lui e nei fratelli che stanno intorno a noi.

 L’incontro si è concluso in una vicina trattoria dove, nel consolidato clima di particolare allegria, serenità ed amicizia, si è svolta la conviviale.

Sabato 27 gennaio 2024 si è svolto il primo incontro dell’anno della Delegazione Locale Roma San Marco – durante il quale è stato festeggiato il 45° Anniversario di Ordinazione Sacerdotale del Priore Monsignor Silvano Rossi – presso la meravigliosa Chiesa di Sant’Agnese in Agone dove, il 21 gennaio 1979, il nostro Priore celebrò la sua prima Santa Messa.


L’incontro organizzato dal Delegato, Grand’Ufficiale Marco Maria Frontoni in armonia con il Priore Commendatore Monsignor Silvano Rossi, ha visto la gradita presenza del Cerimoniere dell’Ordine, del Cancelliere della Luogotenenza per l’Italia Centrale, del Preside della Sezione Roma, del Parroco della Chiesa di San Salvatore in Lauro e di un considerevole numero di Cavalieri e Dame della Delegazione, che insieme ad Aspiranti ed Amici, hanno voluto trascorrere insieme alcune ore confermando un’atmosfera di sincera e serena fratellanza. 


La giornata è iniziata con l’intervento della Dottoressa Susanna Falabella che ha illustrato, con le sue preziose competenze e con la consueta raffinata proprietà di linguaggio, un nuovo percorso nella storia - della fede e dell’arte - dedicato alla Chiesa di Sant’Agnese in Agone, spettacolare protagonista della teatrale scenografia di piazza Navona. 


Era il 21 gennaio dell’anno 305 quando, in uno dei fornici dello stadio agonale di Domiziano, avveniva il martirio della giovanissima vergine cristiana Agnese: sottoposta a supplizi diversi da cui venne risparmiata per interventi provvidenziali, moriva infine per taglio della gola. Il suo corpo veniva sepolto nel cimitero sulla via Nomentana, là dove sarebbe sorta già in età costantiniana una basilica (poi riedificata in dimensioni ridotte da papa Onorio I nel VII secolo), ma sul luogo del supplizio si sviluppava presto la devozione che condusse alla creazione di un edificio di culto, attestato già nell’VIII secolo e ampliato agli inizi del XII con il Papa Callisto II. La chiesa medioevale, con facciata rivolta verso via dell’Anima, veniva quindi riedificata alla metà del secolo XVII quando, con il Pontificato di Innocenzo X Pamphilj, tutto il lato occidentale della piazza diveniva oggetto dell’ambizioso cantiere architettonico funzionale a celebrare la famiglia papale.  

Per l’occasione furono chiamati a confrontarsi – e a scontrarsi – i più grandi protagonisti della stagione barocca: Giacomo e Carlo Rainaldi, Francesco Borromini, Gian Lorenzo Bernini. Valorizzando anzitutto lo spazio di una cripta memoriale del martirio, prese così forma la nuova chiesa, con orientamento ribaltato ma con facciata leggermente arretrata rispetto all’adiacente Palazzo Pamphilj, sviluppata su una pianta a croce greca con braccio trasversale espanso, coronata da cupola e fiancheggiata da due campanili e il cui ottagono centrale interno è preziosamente arredato dagli altari dedicati alla Sacra Famiglia e San Giovanni Battista (il maggiore), ai Santi Agnese, Emerenziana, Cecilia, Alessio, Eustachio, Sebastiano (i laterali), e dal cenotafio di Innocenzo X (sopra il portale di accesso).

Sostenuta dai pennacchi affrescati da un prodigioso Giovan Battista Gaulli (il Baciccio) con le allegorie delle Virtù Cardinali, si innalza la cupola in cui, permeata dalla luce abbacinante che penetra dalle finestre del tamburo e da quelle del lanternino, il fedele può assistere alla Gloria di Sant’Agnese, presentata dalla Vergine a Cristo e a Dio Padre: impresa condotta, non senza difficoltà, dal cortonesco Ciro Ferri e conclusa dal suo allievo Sebastiano Corbellini.

 
Al termine dell’illustrazione, nella Sacrestia Borrominiana, il Rettore della Chiesa Sua Eccellenza Monsignor Paolo Schiavon ci ha accolto amabilmente ed ha sottolineato come la Santità di Agnese sia espressa nella frase riportata nella lapide posta nella cripta “ingressa Agnes hunc turpitudinis locum angelum domini praeparatum invenit” (“ingresso del luogo di turpitudini dove l’Angelo mandato da Dio intervenne a salvare Agnese”). Al termine del saluto il Delegato ha fatto omaggio al Rettore del calendario 2024 della Luogotenenza per l’Italia Centrale.


E’ stata successivamente declinata da Monsignor Silvano Rossi la meditazione sul tema “La testimonianza dei Martiri” richiamandone l’essenza attraverso le parole pronunziate dal Patriarca di Antiochia durante il Convegno Ecumenico del 2016, in cui lo stesso ha evidenziato come le sofferenze dei cristiani siano ad un tempo testimonianza e fonte di beatitudine. di tale meditazione si riporta una sintesi. 

Si calcola che nel mondo vi siano circa 350 milioni di martiri, perseguitati a causa della loro fede. Noi viviamo tranquilli in una società che rispetta le tradizioni, ma al contempo stiamo scivolando in un sonno della coscienza. Non dobbiamo aver paura di essere coerenti con la nostra fede, anche se questo ci può rendere martiri ogni giorno. Dalla coerenza con il Vangelo segue inevitabilmente la persecuzione e il martirio perché siamo chiamati a soffrire con Cristo.
Missione e martirio vanno di pari passo; la vita del credente può comprendere anche l’effusione del sangue, quantomeno in senso spirituale, con la persecuzione. L’origine del termine “martire” ha il significato di testimone e dunque, come discepoli, chiamati ad imitare il Maestro e a testimoniarlo, non possiamo escludere l’eventualità del martirio. Si parla, in questi termini, di martirio rosso per quello di sangue; di martirio bianco, per una scelta di vita ascetica; di martirio verde, quello dei missionari.
Anche oggi il martirio è necessario nel senso di camminare controcorrente per contrastare uno stile di vita fatto di mediocrità e falsità. Infatti, scegliere la Verità del Vangelo è difficile in questo tempo in cui prevale il pensiero debole, il pensiero liquido, specie sul tema della famiglia.
Il credente deve resistere al dogma dell’impossibilità nel raggiungimento della verità. I martiri sono coloro che attraverso la coerenza testimoniano, spesso a caro prezzo, la Verità. Nei martiri ogni vessazione aumenta il loro coraggio.  Dio non vuole credenti tiepidi; la Parola va comunicata nella sua integrità per essere efficace.
Gesù non scende mai a compromessi e solo Lui ha parole di vita. “Signore da chi andremo”? Eppure anche Pietro rinnega il Maestro, ma dal suo pentimento sorge la barca della Chiesa. Non dobbiamo dunque cedere alla paura e alla tristezza che sono i veri peccati. Siamo legati a Cristo dalla sua Passione e dobbiamo offrire le nostre fatiche e sofferenze, legandole a quelle di Gesù.
Sforziamoci di vivere facendo scelte coerenti; la nostra salvezza dipende da questo. Onorare i martiri non significa sminuirne l’amore per la vita ma vivere pienamente senza temere nulla. 

 
Al termine della meditazione è stata presieduta da Monsignor Silvano Rossi la Santa Messa concelebrata da Monsignor Adriano Paccanelli e da Monsignor Pietro Bongiovanni. Nell’omelia il Priore della Delegazione ha ricordato le vittime di tutte le guerre invitando a pregare per la pace che solo Cristo può dare. 

 
La giornata si è conclusa in una vicina storica trattoria dove, nel consueto clima di particolare allegria ed amicizia, si è svolta la conviviale conclusasi con il graditissimo “rito”, il primo di quest’anno, della firma da parte dei partecipanti del calendario 2024 della Luogotenenza per l’Italia Centrale.

Nella giornata di sabato 15 aprile 2023 si è svolto il terzo incontro dell’anno delle Delegazioni Locali Roma San Giovanni e Roma San Marco che, nello spirito di condivisione e fraterna amicizia che anima le Consorelle e i Confratelli dell’Ordine, è consistito in un pellegrinaggio congiunto, sulle orme di San Benedetto, presso i suggestivi monasteri benedettini di Subiaco.  

L’incontro, organizzato dai Delegati Dama di Commenda con Placca Daniela Forniti e Grand’Ufficiale Marco Maria Frontoni, in armonia con i Priori delle Delegazioni Locali Commendatore Padre Pierre Paul O.M.V. e Commendatore Monsignor Silvano Rossi, ha visto una folta presenza di Cavalieri e Dame – tra i quali il Cancelliere della Luogotenenza per l’Italia Centrale, Grand’Ufficiale Stefano Petrillo, ed il Preside della Sezione Roma, Cavaliere di Gran Croce Lorenzo de Notaristefani – assieme ad Aspiranti ed Amici desiderosi di trascorrere una giornata, in clima di spiritualità e fraternità, nelle coinvolgenti atmosfere del Monastero di Santa Scolastica e del Monastero del Sacro Speco di San Benedetto.

Al loro arrivo, le Dame e i Cavalieri sono stati accolti da S.E.R. Dom Mauro Meacci O.S.B., Abate Ordinario di Subiaco, il quale ha prima illustrato la storia della presenza benedettina nella valle dell’Aniene e, successivamente, ha presieduto la Santa Messa.

Il Padre Abate, a conclusione dell’omelia inerente al Vangelo di Marco [16,9-15] proclamato durante la Santa Messa, ha augurato ad ognuno dei presenti che la celebrazione dell’Eucarestia, ossia la presenza di Gesù in mezzo a noi, sia ogniqualvolta una ricarica di energia spirituale che faccia comprendere ancor meglio il senso della dichiarazione di fede “Gesù vero Dio e vero uomo” e, di conseguenza, sia guida nella preghiera reciproca e nell’impegno per i giorni futuri.

Al termine della Celebrazione Eucaristica, le Dame e i Cavalieri, guidati da Dom Mariano Grosso, hanno visitato il Monastero di Santa Scolastica, il solo dei dodici monasteri voluti da San Benedetto che è sopravvissuto ai terremoti e alle distruzioni saracene ed unica presenza monastica a Subiaco fino alla fine del XII secolo.

Il complesso di edifici è caratterizzato da tre chiostri di epoche diverse: un chiostro rinascimentale del XVI secolo, un chiostro gotico del XIV secolo e un chiostro cosmatesco del XIII secolo. Completano il complesso il campanile del XII secolo e la chiesa attuale, del 1700, ultima di ben cinque chiese stratificatesi lungo i secoli.

Nel 1465 due chierici tedeschi, Pannartz e Sweynheym, impiantarono nel complesso monastico la prima tipografia italiana, arricchendo in tal modo la biblioteca già esistente di incunaboli e di libri di grande valore. 

Al termine della visita al Monastero di Santa Scolastica ci si è ritrovati nella Foresteria per l’incontro conviviale vissuto, come consueto, in un clima di serena fratellanza ed allegria. Nel pomeriggio le Dame e i Cavalieri hanno raggiunto il Monastero del Sacro Speco di San Benedetto. Ad accoglierli Dom Maurizio Vivera, Priore del Monastero, e Cecilia Trombetta, Cancelliere dell’Abbazia territoriale di Subiaco, la quale, grazie alle sue descrizioni straordinariamente dettagliate ed avvincenti, ha guidato il gruppo attraverso gli emozionanti ambienti del Monastero che si compone di due chiese sovrapposte e di molteplici cappelline che seguono l’andamento della parete di roccia a cui la struttura è addossata.

In particolare, la chiesa inferiore custodisce la grotta in cui San Benedetto trascorse i suoi tre anni di vita eremitica e rappresenta il cuore spirituale del Monastero. I cicli pittorici, del XIII e XIV secolo, sviluppano i temi della Passione di Cristo, della vita della Madonna e della vita di San Benedetto. Tra tutti risalta il più antico ritratto esistente di San Francesco di Assisi che raggiunse Subiaco nel 1223 al seguito del Cardinale Ugolino futuro Papa Gregorio IX. 

Nel tardo pomeriggio il gruppo ha fatto rientro a Roma dopo aver trascorso una giornata caratterizzata da un evidente e tangibile spirito di fratellanza.